Gig e Sharing Economy: le conseguenza sui lavoratori

Sharing Economy

Sharing Economy e, in misura minore, Gig Economy. Due termini che forniscono un’idea di progresso, di futuro. Due specchietti per le allodole, forse, utili a nascondere un processo apparentemente inevitabile ma non per questo positivo: la compressione dei diritti, la diffusione di un paradigma di flessibilità e precarietà. Ha parlato esattamente di questo Alan B. Krueger, fondatore del Princeton University Survey Center al Festival dell’Economia di Trento 2016. Il quadro che ne è emerge è in chiaroscuro, con una netta prevalenza per le tonalità più fosche.

Gig Economy e Sharing Economy: un abbraccio mortale

“Gig” in inglese vuol dire “lavoretti”. Il legame tra l’economia dei lavoretti e l’economia della condivisione è ormai un dato di fatto. La Sharing, in parole povere, si serve della Gig perché quest’ultima gli fornisce la necessaria flessibilità. Ecco cos’ha dichiarato il ricercatore.

“Stiamo assistendo negli Stati Uniti a una intensa crescita “dell’economia dei lavoretti online. Si pensi che solo la metà dei lavoratori di aziende online stile-Uber opera su base mensile”. Insomma, l’orizzonte temporale minimo, quello dei trenta giorni appunto, non è affatto garantito.

Questa tendenza è rafforzata da un dato particolare, che rispecchia fedelmente la relazione tra Sharing Economy e Gig Economy. Il 61% degli autisti di Uber negli Stati Uniti ha un altro lavoro. Sono magari professionisti che non riescono a sbarcare il lunario a causa della crisi economica. Insomma, la parola d’ordine è flessibilità. Non a caso più della metà dei “dipendenti” di Uber vi lavorano solo per 15 ore a settimane. Uber è solo un esempio, questi concetti – forse con numeri leggermente diversi – possono essere estesi anche ad altre aziende simili.

Sharing e Gig: il problema dei diritti

La questione fondamentale, secondo Krueger, ruota attorno ai diritti. La flessibilità è il paradigma dei nostri tempi ma rischia di comprimere diritti e tutele, soprattutto quando è abbinata a forme di lavoro innovative. Il legislatore, in questo caso come in molti altri, si è dimostrato incapace di tenere il passo con le evoluzioni del mondo del lavoro.

L’opinione del ricercatore e che né la Sharing Economy né la Gig Economy si possano fermare. Controllarle, però, si può e si deve. Magari orientarle, in modo da ridurre gli effetti negativi sui diritti e l’impatto sul divario ricchi-poveri (già straordinariamente ampio).

Krueger non si è fermato all’analisi. Ha elaborato una proposta insieme al giuslavorista Seth Harris, che consiste nell’estensione di molte protezione legali – tipiche del lavoro dipendente – anche gli autonomi di Uber e di aziende consimili.

Il tema è cruciale, dal momento che si scontrano due interessi contrapposti. Da un lato quello dei lavoratori i quali, pur abituandosi alla flessibilità, rivendicano legittimamente un sistema di tutele. Dall’altro lato quello dei “datori di lavoro”, naturalmente orientati al risultato, che pongono come priorità assoluta la competitività e la produttività.

Il tema è parallelo a quello dei salari, riguardo al quale Krueger rileva indebite pressioni da parte delle aziende. Nel suo intervento ha parlato proprio di “pressione sui salari”.

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