Lavori che nessuno vuole fare, rimedio contro la disoccupazione?

Lavori che nessuno vuole fare

A giudicare dal tasso di disoccupazione estremamente elevato, si direbbe che l’Italia soffra di una cronica mancanza di posti i lavoro. E invece, se non nella maggioranza dei casi almeno in parte, è una questione di incontro tra domanda e offerta. In estrema sintesi, nel nostro paese esistono svariati lavori che nessuno vuole fare, o che vogliono fare ormai in pochi. Questo fenomeno da un lato mette in difficoltà le aziende (eperché no gli enti pubblici), che si ritrovano a corto di organico. Dall’altro lato mantiene il livello della disoccupazione oltre il limite di guardia.

Lavori redditizi che nessuno vuole fare

La questione dei “lavori che nessuno vuole fare” sembra appartenere al senso comune, o apparire come il classico mito da sfatare. La colpa non sarebbe del sistema che non è in grado di garantire l’occupazione ma degli aspiranti lavoratori, troppo choosy per adattarsi alle competenze richieste dal mercato. Invece è un fenomeno reale, certificato numeri alla mano dall’Istat. Le rilevazioni si riferiscono al secondo trimestre del 2016 ma sono in grado di offrire una panorama molto approfondita.

In parole povere, sono disponibili, e ignorati, qualcosa come 40.000 posti di lavoro, che corrispondono appunto ai classici lavori che nessuno vuole fare.

Il riferimento è anche, come facilmente intuibile, ai “mestieri”, ossia ai lavori manuali. Al primo posto, troviamo il pizzaiolo, con circa 6.000 posti vacanti. Seguono il gelataio e il pasticcere con 2.000. Criticità in tal senso colpiscono anche il settore agricolo. Se da un lato fa ben sperare la crescita delle aziende gestita da under 30; dall’altro lato stupisce la cronica difficoltà a reperire trebbiatori, raccoglitori stagionali e altri lavoratori meno specializzati.

Come trovare lavoro? E-business e salute

Il fenomeno dei “lavori che nessuno vuole fare” tocca un altra spinosa questione: quella dei lavori che nessuno sa fare. Un settore che potrebbe regalare soddisfazioni, e risolvere per alcuni il problema della disoccupazione, è l’e-business. In Italia, la domanda di lavoratori specializzati nell’IT e nell’informatica ha raggiunto da un pezzo il mezzo milione. Eppure, il 36% delle aziende italiane fa fatica a reperire professionisti.

Ci sono poi le professioni legate al mondo della salute. Spesso faticose, stressanti e pensati dal punto di vista emotivo, simboleggiano adeguatamente il concetto di “lavoro che nessuno vuole fare”. Il riferimento è in particolare agli infermieri. Nel 2013 ne sono mancati all’appello circa 60.000.

Di seguito, una lista di figure difficili da reperire per le aziende.

Commesse (5.000); camerieri (2.400), parrucchieri ed estetisti (1.900), informatici e telematici (1.400), contabili (1.270), elettricisti (1.350), meccanici auto (1.250), esperti di vendita (1.100), idraulici (1.100), baristi (1.000).

Va detto, però, che la richiesta di lavoro non corrisponde sempre alla qualità dello stesso. Il fatto che una professione sia sempre più richiesta, non implica necessariamente uno stipendio più alto o condizioni più agevoli. In questo caso, a entrare in gioco sono svariati fattori, come le risorse finanziarie a disposizione del datore di lavoro o la carenza di fondi pubblici (se l’ente è statale).

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