Master in Italia: come scegliere quello giusto

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Proseguire gli studi anche dopo aver conseguito una laurea è una scelta per alcuni obbligata. Le opportunità di lavoro scarseggiano sempre di più, dunque è necessario distinguersi dalla massa di studenti con il quale si condivide il titolo di studio. Il rischio, infatti, è di essere percepiti come una “commodity”, di non riuscire a emergere. Il master in Italia (meno all’estero) è considerato come l’elemento in grado di differenziare il giovane aspirante lavoratore. E’ veramente così? Non è detto, dipende dal master.

Master primo livello o secondo livello

Una prima precisazione riguarda il livello del master. Quelli di “secondo” sono migliori? Non necessariamente. La qualità di un master in Italia come in qualsiasi altra parte del mondo è determinata da altre caratteristiche, non certo dal fatto che, ad accedervi, possano essere i laureati triennali o magistrali.

Per riuscire a discernere un master utile da uno inutile è bene realizzare quali siano – o dovrebbero essere – i reali scopi della formazione post-universitaria. Se ne individuano essenzialmente due. Il primo è aumentare le competenze: banale, ma non sempre scontato, un master dovrebbe insegnare nuove nozioni ma soprattutto introdurre nella pratica di una o più professioni. In secondo luogo, dovrebbe garantire quel collegamento con il mondo del lavoro che il laureato non è riuscito a trovare. Se è vero che il contesto attuale assomiglia al classico collo di bottiglia, è difficile passarvi attraverso anche se si hanno tutte le carte in regola per farlo.

In definitiva, occorre scrollarsi di dosso la convinzione secondo cui, al giorno d’oggi, conti il pezzo di carta. Il valore di un titolo di studio, se non accompagnato da competenze reali e – soprattutto – diverse da quelle in possesso tra i parigrado, è molto basso.

Master universitari e non: l’importanza del bollino

Nella valutazione del master, buona parte del lavoro viene fatta dall’Asfor, un’associazione che a livello nazionale analizza i corsi di formazione post-universitario da una totalità di punti di vista. La presenza del bollino Asfor è di per sé una garanzia, ma non basta. In primo luogo, perché alcuni master – es. quelli non manageriali – sono al di fuori della “giurisdizione” dell’ente; secondariamente, perché i criteri per una efficace valutazione sono davvero compositi. Ecco quali sono, secondo il buon senso e secondo Mauro Meda, segretario generale di Asfor.

Connessione con il mercato del lavoro. E’ l’aspetto più importante. Un master è veramente utile solo se è connesso con il mondo del lavoro, solo se dà reali opportunità. E’ anche una questione di contatti. Tutto ruota intorno al concetto di placement. Se il master consente l’accesso a stage aziendali di qualità, allora il network di contatti è buono e vi si può fare affidamento. Per scoprirlo è sufficiente chiedere a chi il master l’ha frequentato qualche anno prima.

Piano di studio. Questo deve presentare elementi di divergenza rispetto al classico piano universitario, deve prevedere sessioni di pratica, possibilmente dei lavori di gruppo (che affinano la capacità di relazionarsi anche in vista dei futuri eventuali colloqui collettivi). Insomma, deve rappresentare una novità rispetto a quanto imparato durante gli anni dell’università.

Corpo docenti. E’ importante che gli insegnanti siano professionisti, non solo docenti. Il master in Italia non deve essere una riedizione dell’Università, bensì un’occasione per imparare una professione. Il consiglio è di focalizzarsi su questo punto soprattutto se si appresta a frequentare un master universitario (che in genere attinge a piene mani dalle risorse interne all’Università).

Barriere all’ingresso. La selezione degli studenti deve essere abbastanza severa, il livello delle classi sufficientemente alto. E’ un indicatore di come, al di là del business, in quel dato master ci sia “sostanza”.

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