La differenza tra lavoro autonomo, ditta individuale, impresa familiare

mettersi in proprio

La crisi ha spazzato via molte certezze, tra cui quella del posto fisso. Non solo, è sempre più difficile trovare lavoro come dipendente, a prescindere dalla durata. Le condizioni, poi, anche in termini di salari, sono quelle che sono, quindi non c’è da stupirsi che in molti stiano cercando di fare il grande passo: mettersi in proprio. Non è per nient facile, è ovvio, e non solo per la questione danaroso: servono competenze, conoscenza del mercato e molto altro. Prima di tutto, però, occorre sapere cosa si vuole fare realmente. Le alternative sono tre (limitatamente agli sbocchi che non richiedono un grosso capitale di partenza): lavoro autonomo, ditta individuale, impresa familiare

Lavoratore autonomo o collaborazione

Il modo più rapido superare gli ostacoli del lavoro dipendente, anzi aggirarli del tutto, è diventare un lavoratore autonomo. Semplicemente, anziché mettere le proprie competenze a disposizione di un’azienda, si pratica la stessa attività ma a beneficio di una propria clientela. In verità, solo alcune professioni possono essere convertite in lavoro autonomo. E’ più facile se l’attività non è posta all’interno di una catena di montaggio, sia essa reale o metaforica, bensì goda, appunto, di una certa autonomia.

Ad ogni modo, per diventare lavoratore autonomo, al di fuori dei casi che possono essere coperti dal regime della cessione di diritti, è necessario aprire una partita IVA. Discorso diverso se il lavoro è occasionale, perché magari si fa altro e si utilizza il lavoro autonomo per arrotondare. In questo caso la partita IVA non è obbligatoria e non è obbligatorio nemmeno iscriversi alla Gestione Separata INPS (se i redditi imponibili non superano i 5.000 euro).

Ditta individuale e impresa familiare

Se per “mettersi in proprio” si intende non lavorare da autonomi ma creare una impresa, e se il capitale a disposizione è limitato, le opzioni sono due: ditta individuale o impresa familiare, con la prima che è molto meno dispendiosa della seconda.

La ditta individuale può essere attivata in modo semplice, burocraticamente parlando. La legge impone, però, che l’imprenditore assuma sulla sua persona tutte le obbligazioni derivanti dalle attività. Impone inoltre di assumere su se stessi il rischio di impresa, con il proprio patrimonio personale. La registrazione va fatta presso il Registro delle Imprese ma solo dopo (il termine è di 30 giorni) aver aperto una regolare partita IVA. Ditta individuale non vuol dire che l’impresa è formata da una sola persona, infatti può avvalersi della professionalità di altre persone, sia come dipendenti che come collaboratori.

Discorso diverso per l’impresa familiare. Essa è una impresa sotto tutti i punti di vista, con una sola differenza: il personale, sia amministrativo che produttivo deve essere composto in prevalenza da parenti fino al secondo grado. I familiari hanno diritto:

  • A partecipare agli utili dell’impresa
  • A intervenire in sede decisionale, se le decisioni riguardano l’impiego degli utili o l’incremento del patrimonio
  • A partecipare alla decisioni straordinarie, come quelle sulla cessazione dell’attività
  • A esercitare la prelazione se l’impresa iene ceduta

L’imprenditore è titolare degli utili per una misura che non può essere inferiore al 51%. Il resto va ai familiari.