Social media: cosa non scrivere per evitare il licenziamento

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I social media sono uno strumento molto potente e utile, ma anche una arma a doppio taglio. Per quante competenze possiate avere, è sempre possibile che vi feriate, ossia che vi scappi qualcosa di inappropriato. Se la cosa rimane tra gli amici, e non è scontato di questi tempi, la passate liscia. Se arriva all’orecchio, anzi all’occhio, del vostro capo allora potrebbero esserci guai. Se l’avete fatta grossa, rischiate persino il licenziamento.

Insomma, l’imperativo è: stare attenti a cosa si posta sui social media. Per onorarequesto obbligo, però, è necessario conoscere le cose da non scrivere (per non avere noie al lavoro), al netto del buon senso ovviamente. Per quello non servono, si spera, indicazioni.

Social Network e lavoro, meglio evitare

In linea di massima, è sempre pericoloso e controproducente parlare del lavoro sui social media, a meno che non lo si faccia in maniera collaterale. Il rischio, infatti, è mostrare all’esterno informazioni se non proprio sensibili comunque inerenti la privacy, la reputazione e il buon nome dell’organizzazione presso cui si lavora. Assolutamente, è vietato lamentarsi. Alcuni considerano Facebook et simlia come una estensione del caro diario, e si sbagliano: più che un innocuo quaderno, è una piazza. Siamo nel pubblico, quindi il superiore, magari per vie traverse, può essere raggiunto da questa voce.

E’ forte la tentazione di sfogarsi sui social per il comportamento corretto del collega, per le condizioni di lavoro non ottimali o persino per una paga bassa, ma bisogna resistere Il sollievo derivante dallo sfogo è momentaneo, le conseguenze potrebbero essere a lungo termine. Piuttosto, combattete lo stress da lavoro in questo modo. 

Il secondo elemento della black list è il post di opinione che riguarda politica o religione. Sono temi scottanti, sui quali è facile essere in disaccordo. Ora, siamo in disaccordo e c’è la libertà di parola. Ciò non vuol dire, però, che il capo la debba per forza prendere bene se scopre che un dipendente la pensa diversamente da lui su alcune questioni fondamentali della vita, o peggio manifesta posizione estreme (se il boss è moderato, si intende). E’ un po’ triste, ma bisogna stare attenti perché il passo verso l’antipatia e l’astio, se dall’altro lato non c’è qualcuno di comprensivo, è molto breve. Al massimo, impostate ad hoc la privacy.

Cosa non parlare su Facebook, Twitter, Instagram etc.

Il terzo elemento, in realtà, è un insieme di elementi. Anzi, di commenti e nello specifico quelli aggressivi.  Evitate i commenti infuocati, le classiche risse da tastiera. La deriva è più vicina di quanto si pensi. In genere la rete produce una attenuazione del senso di responsabilità in quanto la comunicazione è mediata e le conseguenze differite (se insulto un passante posso prendermi un pugno, se insulto una persona su Facebook, deve passare molta acqua sotto i ponti).

Peccato che partecipare alle zuffe da social sia controproducente per qualsiasi tipo di lavoratore. Rischiate di passare per quello che non siete: dei rissosi. Ovviamente, nessuna azienda o organizzazione datrice di lavoro, vuole nel suo organico una persona potenzialmente in grado di creare zizzania o innervosirsi facilmente Quindi, evitate.

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